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Il nostro
Renato ha deciso di cimentarsi nel prossimo futuro con
la scrittura di un’intera Messa… dal triangolo
alla croce un commento decisamente duro con lui…
S'usa dire che i cantautori sono i veri interpreti
della cultura contemporanea e occupano il posto che
fu, un tempo, dei poeti. Non mi spingerei a tanto, ma
in quest'affermazione c'è del vero. Stando così
le cose, non ci si deve stupire se detti cantanti si
cimentano in prove apparentemente lontane dalla loro
specifica competenza.
Così, ecco Battiato alle prese col cinema, Ligabue
con cinema e letteratura, Cocciante coi classici in
versione "musical" e tanti altri che, con
alterne fortune, si avventurano su strade più
impegnative (Vecchioni, Ruggeri, Pooh, la compianta
Giuni Russo...).
Ora tocca a Renato Zero che, in una lunga intervista
a "Repubblica", rivela di star scrivendo una
Messa.
In genere, operazioni di questo genere suscitano in
me un moderato entusiasmo. Non c'entra la bravura dimostrata
da alcuni: lo spaziare in altri campi non fa che aumentare,
in certi animi, il senso d'onnipotenza. Ed è
questo che mi lascia perplessa.
Non è detto sia il caso di Zero. Probabilmente
no, visto che la sua autostima è già al
massimo grado ed è lui stesso il suo primo fan.
Inutile, comunque, giudicare un lavoro prima che veda
la luce. Le considerazioni da fare sono altre.
1) Qualcuno si scandalizza per la scelta "sacra".
Ma come, proprio lui così trasgressivo. Lo trovo
sbagliatissimo e profondamente anti-evangelico. Nessuno
può impedire a un/una "irregolare"
(diciamo così) di professare la sua fede - e
irregolari siamo pressoché tutti; Gandhi, infatti,
diceva: "Io senza dubbio sarei cristiano, se i
cristiani lo fossero due volte al giorno" -.
Pertanto, è lecito a un Renato Zero trattare
certi temi, non meno che al non rimpianto fra Cionfoli
(il quale, dopo aver gettato il saio alle oritche, si
è sposato e ha fatto tre figli, commentando questa
sua scelta con le seguenti, cattolicissime parole: "Almeno
ho recuperato il tempo perso").
2) Nell'intervista, rilasciata al vaticanista La Rocca,
Renato parla del suo paesaggio di formazione, che ha
influito sulla sua religiosità. Sostiene che
nei suoi testi c'è, da sempre, "attenzione
per Dio e per gli emarginati". La religiosità
nei testi di Zero si trova, a mio avviso, nelle sue
preghiere "indirette" quali "Salvami"
o "Il cielo" (preghiere laiche), o "Qualcuno
mi renda l'anima" (preghiera dell'innocente abusato),
o ancora, perché no?, nella stessa "Mi vendo",
dove l'emarginato per eccellenza reclama, con rabbia
e dolore, la sua dignità ingiustissimamente negata.
Composizioni dirompenti, anzi, rivoluzionarie, perché
hanno dimostrato che gli emarginati non sono individui
a metà, brutti e cattivi, ma meritevoli come
e più degli altri di tenerezza, umanità,
diritti - anche quello di pregare, certo -.
Poi ci sono le canzoni più marcatamente "cattoliche":
"Ave maria", "Potrebbe essere Dio"...
dove Renato non prega più. Predica. Pontifica.
Benedice i suoi sorcini in un profluvio di lacrime e
paillettes. Brani che hanno i loro estimatori, è
noto. Solo che non si comprende cosa c'entrino con l'originario
afflato religioso che Renato si attribuisce. Il mondo
ecclesiastico pullula di figure che, come si dice, predicano
bene e razzolano male. Figurarsi quello vacuo e sbrilluccicante
dello spettacolo. E allora, "cui prodest"?
3) Il rischio per tipi come Renato, molto concentrati
e indulgenti con sé stessi, è di prendersi
"un pochino" troppo sul serio. E infatti eccolo
affermare, con voce immaginiamo sommessa, da confessore
(appunto), e con quell'aria afflitta, timorosa, buona,
che gli abbiamo visto spesso quand'era sincero, e ancor
più spesso quando non lo era, eccolo affermare
che sta dalla parte degli ultimi, che stima i preti
che si dànno da fare, che lui è sempre
stato una pasta d'uomo e che se ha trasgredito, sempre
"estremamente nei limiti" e "in maniera
molto teatrale", si capisce, c'è stato tirato
per i capelli, per colpa di zuccacce dure di "benpensanti
e determinati soggetti borghesi" (nemmeno tutti)
che proprio non capivano un accidente di niente.
4) Ma Renato non si ferma qui. Ormai è scatenato:
spiega le vele al vento del suo sperticato elogio a
Giovanni Paolo II. E quando La Rocca, disorientato,
obietta debolmente "Eppure questo Papa è
molto severo, soprattutto sulla sessualità",
il Nostro non si scalfisce e, senza tema del ridicolo,
proclama: "Meno male che è così,
perché nessuno è perfetto, altrimenti
non avremmo bisogno di un confessore". Quest'ultima
frase è poco chiara, ma la risposta la dà
lo stesso Renato più sotto, quando concede: "...Comunque
penso che certi comandamenti avrebbero bisogno di essere
'un pochino' rivisti...". Quali comandamenti non
è dato sapere, ma non occorre una gran fantasia
e, allora, il discorso si fa irritante.
5) Renato Zero ha fondato la sua (immensa) fortuna incarnando,
o spacciandosi, come "la voce dei senza voce".
Insomma l'istinto del predicatore ce l'ha nel sangue.
Quello del martire, un po' meno. Un bel guaio perché,
stante il suo riconosciuto ruolo di "vate",
non può nemmeno trincerarsi dietro la scusa che
"lui è solo un cantante". Gli è
che farsi "voce dei senza voce" significa
andare "un pochino" al di là della
provocazione gratuita. Significa difenderli "un
pochino", quei senza voce, dalle incomprensioni
- talora, dalle cattiverie - di certi preti (e più),
anche se ciò comporta un passaggio in meno sulla
TV di Stato. Significa venire "un pochino"
più incontro ai fan-adoratori, magari evitando
di fargli sborsare cifre astronomiche per quarantaquattro
versioni dello stesso disco. E così via...
Con la sua posizione e furbizia, del resto, non dovrebbe
essergli difficilissimo. Ma forse siamo noi, che dovremmo
prendere "un pochino" le distanze da avvocati
improvvisati e decidere con la nostra testolina se pagar
loro questa "parcella" oppure no.
Daniela Tuscano
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