Uno scandalo kolossal

Oliver Stone si ribella alla censura della Warner per il suo film su Alessandro Magno. Ne parla a cuore aperto in un’intervista…

La trincea è a Boulogne, periferia di Parigi, a un passo dal parco dove nella notte si incontrano single e coppiette trasgressive, ma Oliver Stone scuote la testa: anche volendo, non avrebbe tempo per l'amore. Per lui c'è solo la guerra. Lavora 120 ore a settimana, le altre 48 si dividono fra pasti frugali e sonni scarsi. Sta finendo il montaggio di Alexander (per ora 2 ore e 45 minuti) e inserendo la musica del compositore greco Vangelis che torna al cinema dopo 15 anni. Gli arrivano fax infuocati e telefonate minacciose della Warner, distributrice del kolossal (94 giorni di riprese, 150 effetti speciali, 160 milioni di dollari di budget): «attenuare», «modificare», «accorciare», perché il film affronta di petto la bisessualità propria dei tempi: più delle orge sono le scene di sesso fra Alessandro (Colin Farrell) e i suoi amanti Efestione (Jared Leto) e l'eunuco Bagoa (Francisco Bosch) a turbare i sonni degli americani.

Alexander, sugli schermi Usa il 24 novembre, su quelli italiani il 14 gennaio, parlerà anche di morale, violenza, cospirazioni, tematiche care al regista. Prima di Stone, altri cineasti hanno pensato di misurarsi con il Macedone: Martin Scorsese, Mel Gibson, Alfonso Arau, George Lucas e Steven Spielberg. Anche Dino De Laurentiis ha annunciato un progetto affidato prima all'estetizzante inglese Ridley Scott e poi al virtuosistico australiano Baz Luhrmann. Invece per primo è arrivato Stone, il meno sottile e il più viscerale, autentica contraddizione in termini (americano e pasionario), tornato a girare un film dopo cinque anni, in cui si è dedicato a documentari politici (Fidel Castro e Yasser Arafat).

Cosa c'è di attuale in Alessandro?

È senza tempo, eterno. Un mito che si è costruito da solo, per uguagliare quelli di Achille ed Ercole. Un esempio per i giovani che hanno bisogno di credere in qualcosa. La vita di Alessandro insegna che sognare è sano e giusto e tanto vale farlo in grande.

A 32 anni, l'età in cui Alessandro conquistò il mondo, lei vinse il suo primo Oscar per la sceneggiatura di «Midnight express». È per questo che la chiamano Oliver il grande?

Mi sono chiesto: voglio essere un semplice biografo, pedinare Alessandro come un segugio solitario? No, ho preferito trattarlo da uguale, usando la sua stessa megalomania per innalzarmi al suo livello. Ogni volta che stavo perdendo quota mi sono fatto aiutare dal mio team, come se fosse un esercito. C'era gente abituata a disprezzarsi, spagnoli e marocchini per i cavalli, thailandesi per gli elefanti, francesi per suono ed effetti speciali, inglesi per la produzione, e attori australiani, neozelandesi, americani, inglesi, gallesi, scozzesi. Un inferno di idee e di lingue, ma avevamo un sogno comune.

La cosa di cui va più fiero?

Sfatare la leggenda che le coproduzioni sono fatte da mercenari, che prendono i soldi e scappano. Perfino il nostro consulente, Robin Lane Fox, uno storico serissimo, ha legato la sua partecipazione non al compenso bensì al fatto di poter essere nella prima linea della cavalleria nelle scene delle battaglie. E finora la sua esperienza equestre era limitata alla caccia alla volpe.

È vero che lei è stato sempre ossessionato dal personaggio di Alessandro?

In un saggio alla scuola di cinematografia scrissi che, se avessi avuto la macchina del tempo, mi sarei spedito negli anni di Alessandro armato di una cinepresa. Ai romani, un po' fascisti, troppo militarizzati, ho sempre preferito i greci che avevano grande rispetto per gli individui e gli spiriti liberi. Alessandro è lo zenith dell'individualità, un uomo-impero. Questo progetto è rispuntato varie volte nella mia vita: nel 1995 dovevo farlo con Tom Cruise.

Si dice che avrebbe voluto girare «Il gladiatore».

Sì, ma Steven Spielberg mi ha preferito Ridley Scott. Il gladiatore è un po' troppo semplicistico per i miei gusti, ma non ci fossero stati lui e l'Oscar a Braveheart, addio Alexander, che è un film decisamente più complesso.

E di «Troy» che cosa pensa?

Quando ho proposto Alexander alla Warner, mi hanno risposto: abbiamo già Troy, perché dovremmo fare anche Alexander? Un'ispirazione divina mi ha suggerito la risposta: perché Achille era l'eroe preferito di Alessandro, quindi è come se aveste Il figlio di Troy, vi ritrovate un sequel già pronto. Ecco come si riesce a fare i film a Hollywood…

Come ha reagito alla richiesta di attenuare il tema omosessuale?

La Warner ha solo il 25 per cento del film e non dovrebbe dominare come invece gli americani pensano sempre di fare, in Iraq e altrove. I partner europei non hanno avuto il minimo problema.

La infastidisce sentir parlare del «solito Stone», il provocatore che cerca lo scandalo a tutti i costi?

La correttezza politica è una idiozia, e la sinistra sta facendo il gioco della destra censurando violenza e sesso. La mia posizione è semplice: come posso evitare che la gente sia offesa dal film, senza offendere Alessandro se potesse vederlo? Efestione era importantissimo nella sua vita: quando morì, otto mesi dopo morì anche Alessandro. Sembra la storia di Achille che dice a Patroclo: «se tu muori io vengo nella casa dei morti con te». Ma in Troy dov'è?

Colin Farrell, Angelina Jolie, Val Kilmer: gli attori che ha scelto sembrano più adatti a un film rock…

Decido il cast più con l'istinto che con la ragione. Colin Farrell ha la passione del poeta e la pazzia dell'attore: si ubriaca e cerca di sedurre chiunque. L'ho pregato di frenare la sua autodistruzione perché voglio vederlo invecchiare, in modo da girare altri film con lui.

Ha fatto film su Richard Nixon e su JF Kennedy, perché non George W. Bush?

Se lo farà da solo, con una star giovane e bella, una volta rieletto. E diventerà come Mao.

Marco Giovannini
Tratto da “Panorama” del 15/10/2004

   
 
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