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Arriva The
L -Word, serie piccante dedicata alle lesbiche glamour
di Los Angeles, mentre i gay sono i protagonisti più
gettonati di fiction e talk show. Così tra humour
e sesso si afferma il modello americano, per spettatori
benestanti
Le aveva provate tutte Jennifer Beals: ruoli drammatici
e comici, film indipendenti e produzioni commerciali.
Niente da fare: lei, nel mondo del cinema, continuava
a essere Alex, la giovane operaia di Flashdance che
lavorava di giorno e ballava di notte. Fino a quando,
due anni fa, non le hanno proposto il ruolo di Bette
Porter, direttore di un museo di Los Angeles, donna
in carriera bella, ambiziosa e lesbica. Bette è
la protagonista di The L-Word che, dopo essere stato
un caso in America, è pronto a fare schiamazzo
anche in Italia perché dal 14 ottobre il canale
Jimmy lo manderà in onda, il giovedì alle
23.
Con The L-Word la tv italiana si fa sempre più
rosa gay, imitando ancora una volta il modello americano.
C'è un concorrente che fa il gay nel Grande fratello;
è in arrivo un talk-show sulla 7 in chiave omosessuale
che ricalca il successo statunitense di Queer Eye for
the Straight Guy. Titolo: Gay team. Ancora Jimmy propone,
a partire dal 29 settembre, la fiction Metrosexuality,
storia multirazziale, multiculturale e multisessuale
ambientata nella Notting Hill di oggi. Sulla Foxlife
è già in onda La sottile linea rosa, dove
una ragazza cenerentola viene aiutata da un gruppo di
gay a trovare l'anima gemella. Consulente è Stefano
Gabbana, stilista che in tv si presenta senza l'inseparabile
Domenico Dolce. E sempre su Fox c'è Will e Grace,
serial americano centrato su due vicini di casa, una
donna e un gay.
Consci che il pubblico omosessuale è sempre
più ampio, produttori e direttori di rete hanno
rotto l'ultimo tabù catodico. Era piaciuto il
gay di Commesse, avevano divertito le coppie omo di
Il bello delle donne; da due settimane il travestito
Platinette è ospite fisso della domenica degli
italiani, firmata da Maurizio Costanzo (Buona domenica,
su Canale 5). Fiction, reality e salotti televisivi
non si fanno scrupoli a piazzare movenze e voci un tempo
messi all'indice.
Il successo di The L-Word, quantificabile oltre il
milione di spettatori, è legato in gran parte
a quella lettera L, che sta per lesbiche, con conseguenti
scene al limite del porno-soft intervallate alla vita
del gruppo di amiche: sullo sfondo il colorito paesaggio
umano di West Los Angeles, scandito dai tacchi a spillo
di Manolo Blahnik. Storie vere di amori, tradimenti,
amicizie, sesso tenero, passionale, divertente.
Non è stato facile, però, convincere la
rete via cavo Showtime a mandare in onda The L-Word:
la decisione è arrivata solo dopo il successo
di Queer as Folk, l'audace soap-opera che, raccontando
le acrobazie amorose di un gruppo di amici omo, ha inaugurato
una eclettica e fortunata produzione televisiva sullo
stesso soggetto.
In questi ultimi tempi, infatti, nulla sembra essere
più di tendenza della tv omo: in America network
e cable fanno a gara per mandare in onda storie gay,
talk-show gay e persino reality-show gay. Il lesbian
chic ha ispirato fotografi di moda, stilisti e campagne
pubblicitarie, la lesbica lipstick (con il rossetto)
è femminile ed eccitante almeno quanto le sue
coetanee etero di Sex and the City
«Le lesbiche sono state invisibili per molto
tempo» ricorda Ilene Chaiken, la scrittrice e
produttrice di The L-Word, in una pausa sul set dello
show a Vancouver, «perché erano considerate
una minaccia. Ora non più».
A chi è dovuto questo cambio di marcia nelle
programmazioni televisive? Sicuramente Hbo e Showtime,
le cable che per prime hanno mandato in onda show spregiudicati
come Tales from the City, ambientato nella comunità
gay di San Francisco, e poi Sex and the City con il
suo spirito di promiscuità urbana e scene di
sesso coreografate alla perfezione. In tempi più
recenti, il successo di Will & Grace, in America
ormai alla sua settima stagione, ha spianato la via
a spettacoli come Boy Meets Boy e a Queer eye for the
straight guy, dove cinque gay trasformano un eterosessuale
imbranato in un uomo di successo. Il format funziona
così bene che non solo lo riprende La7, ma anche
i francesi della rete Tf1.
A spianare la strada all'onda lesbo-omo da tv globale
hanno pensato le serie di successo come E.R. Medici
in prima linea con la dottoressa Weaver, interpretata
da Laura Innes, lesbica come l'anestesista (Roma Maffia).
In Six Feet Under, la sofisticata serie di Alan Ball
(American Beauty) ambientata in una società specializzata
in funerali, il protagonista David ha una tormentata
relazione con il poliziotto Keith, mentre la sorella
Claire soddisfa la sua prima curiosità omosessuale
con una compagna di classe (Mena Suvari). Ma spetta
alla seguitissima serie di Friends il merito di aver
saputo sdrammatizzare per primo, di fronte al grande
pubblico, gli incontri sessuali dei personaggi. Secondo
Vanity Fair, che gli ha dedicato un pezzo di analisi,
rappresenterebbero addirittura l'essenza dell'anima
omosessuale.
C'è invece chi, con spirito più pratico,
spiega questa nuova ondata di televisione gaia con mere
questioni economiche. Un esempio? La comunità
lesbica americana, composta secondo stime da circa 15
milioni di donne, dispone di un reddito di 485 milioni
di dollari. Sono donne libere, indipendenti e con denaro
da spendere. E reclamano una fiction a loro misura.
In Italia come in America The L-Word accontenta ragazze
e signore usando la formula «dramma con molto
humour». Piace alle donne lesbiche per ovvie questioni
di identificazione; alle etero perché si parla
d'amore, amicizia e relazioni; agli uomini gay per solidarietà.
E quelli non gay? Loro vanno matti per i giochi erotici
femminili che si alternano in video a pruriginose dissertazioni
tecniche sul «ringiovanimento vaginale»
o intorno alla «nipple confidence», «l'orgoglio
del capezzolo».
Alessandra Venezia
Tratto da “Panorama”
del 04/10/04
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