Lady Lee

Harisu, 29 anni, star della canzone in Corea. Questa transessuale puiò diventare ufficialmente donna in un paese che scopre appena la libertà di costume

Sesso : femminile. Dopo anni di attesa, Harisu (si pronuncia Halissù), una star in Corea, ha vinto la sua scommessa : ottenere lo stato civile dei suoi sogni. Dopo il via libera di due ministeri l’anno scorso, una corte ha dato il verdetto. E giudicato in suo favore. “L’autorizzazione legale a diventare una donna” le è stata consegnata. Sul passaporto e sui documenti ufficiali dell’interessato appariranno oramai nero su bianco i termini della sua identità femminile. Una virata più grande che altrove di rivoluzione sessuale nell’ex regno di Confucio.
A 29 anni, Harisu (vero nome Lee Kyung-yop) assapora la vittoria. Cosa importa d’altronde la decisione amministrativa. “Finalmente sono diventata la donna che sono sempre stata”, ride sgranocchiando i suoi biscotti preferiti nell’ufficio dai muri color rosa confetto di G & F, la sua società di produzione. Trave nell’occhio della nazione, Harisu si è imposta nel suo paese. Meglio ancora: è diventata, come ha intitolato un settimanale femminile locale “la donna puiù potente di Corea”. Una formula che sembra un pugno in faccia nella Corea ancora maschilista dei papà Kim. Adesso che il partito di sinistra Uri ha guadagnato la maggioranza al Parlamento nelle ultime legislative, Harisu, cavalca sull’onda della liberalizzazione dei costumi. Parla a voce alta dei temi (sicuramente) tabù. Lei ne è l’immagine. La peste delle donne maltrattate la perseguita. “Odio gli uomini che picchiano le loro mogli”.
Cantante pop, attrice (per spot, due film passabili e degli sceneggiati così così), presentatrice e vedette del piccolo schermo, modella, DJ alla radio, Harisu ha l’agenda di un ministro. Lei scrive anche dei racconti leggeri e gestisce la sua marca di gioielli. Appare ogni mese in 50 programmi televisivi, di cui almeno venti da lei prodotti o co-prodotti. Come Shocking M o Adamo è diventato Eva. Ed ammette di guadagnare 150 milioni di won (105.000 euro) come compenso di base annuale grazie alla sola pubblicità. Il più celebre spot di Harisu promuove una marca di cosmetici. Lo slogan ha fatto arrossire tutta la Corea: “se l’uomo si truccasse, sarebbe sicuramente tanto bello quanto una donna”. “Sono popolare in Corea” rincara Harisu. “Ma mi piacerebbe sfondare all’estero. Ora come coreana questo è difficile. Non è come Madonna, Britney Spears o Jennifer Lopez! In Europa o negli Stati Uniti: sono sicura che si capirebbe l’idea che effeminato, gay e poi transessuale, in tutto questo non ho mai nascosto nulla. Perché non avevo niente da nascondere”.
La pelle di seta di lady Ha, i suoi occhi dolcemente a mandorla, il suo rossetto vermiglio, i suoi pizzi e fronzoli, il suo 1.68 per 48 kg, la sua femminilità multiforme, Barbie e Cenerentola, illudono. Harisu ha mantenuto di ciò che era, oltra a un’eco nella voce, il temperamento di un combattente sopravissuto. Si pensa a Alien 1, Rocky 2 ed a Terminator 3. Lei lo giura: più nessuno sarà lo stesso. La prova, lei trascina oggi il suo ex-manager in tribunale. Voleva clonare Harisu lanciando nel circuito delle altre starlette transessuali (il paese ne conta dozzine), battezzate, dopo attenta riflessione, Harisu! “Sono la sola Harisu che possa esistere”, ha regito l’idolo, folle di rabbia. Ha licenziato seduta stante il produttore infedele. “Lo show-biz coreano ha preso delle cattive abitudini” si lamenta Harisu “A Seul artisti e produttori non pensano che al profitto. In questa giungla, non ho più lo stato d’animo adatto. Mi batto per continuare a fare ciò che voglio, come intendo io. Sono pronta a prendere o lasciare”. Ha affidato le redini della sua carriera ad un altro produttore, il Signor Ha. Che non è altro che suo cugino. Una cucina famigliare che funziona.

I milioni di fan che si erano gettati sul suo primo disco, Wild Temptation, hanno acquisito il suo nuovo album, Foxy Lady. Il suo pubblico è composto in maniera variegata: adolatori di Seul e di grandi città, liceali dai capelli stinti, laureati in cravatta come uomini e ragazze ben vestite. Tutto sono corsi al suo concerto gigante dell’anno scorso (il First Live Concert). E ascoltano in radio i suoi brani (annegati in dei ritmi sintetici assordanti), simpatici o romantici, esaltazione dell’amore deluso e degli affreschi del quotidiano.
Harisu convive con il fallimento amoroso dopo che a 17 anni il suo ego è stato trafitto da una freccia avvelenata. Al liceo, il ragazzo di cui si era innamorato gli ha preferito una ragazza. Ferito a more, Harisu ha tentato il suicidio. L’idea di metamorfizzarsi in donna per conquistarlo ha germogliato in lei in maniera che più radicale non si sarebbe potuto. “Non ne voleva sapere di me. Ho pensato che cambiando sesso avrei potuto conquistare il suo cuore”. L’idea è diventata realtà in Giappone, dove Harisu è andata a vivere all’improvviso a 18 anni. Al debutto a Tokyo, “città molto dura dove ho sofferto molto di solitudine per quattro anni”, era ancora un fragile giovanotto. Lavorando di giorno in un salone di acconciature. Si travestiva subito la notte in dei cabaret squallidi. Obiettivo: guadagnare tanto da pagarsi la metamorfosi. “I soldi in tasca, sono potuta diventare donna. Mi sono fatta operare a Tokyo. I giapponesi sono i più cari ma i migliori per questo tipo di operazione. Mi sono rifatta interamente”. A 19 anni.
Partita per il Giappone come uomo, Harisu ha ritrovato Seul, 40 mesi più tardi,. Nel 1998, vestita come una Lolita sexy. Stupore. Il ritorno è penoso. “Sono stata vittima di un declassamento sociale.” Amarezza anche dei genitori, che hanno perso il loro figlio… “Mio padre era scioccato, Oggi, va meglio con mia madre. Ma mio padre non mi parla più”.
Al contratio del padre, agente immobiliare sfortunato, la Corea l’ha adottata. I messaggio inviati sul sito Internet che le sono stati dedicati sono incredibili. Tanto che l’Asia la richiede. Dopo Taiwan nel 2003, lei girerà nel 2004 due film che la porteranno a Singapore, in Giappone e in Cina. “nel 2000, ero ancora rifiutata con disgusto e disprezzo in Corea. Non un giornale femminile parlava di me. Le cose sono differenti da allora. Mi riconoscono come donna. La mia paura, è di sapere per quanto tempo ancora le persone mi accetteranno, mi comprenderanno e mi ameranno…”. Nessun dubbio da questo punto di vista. Secondo un sondaggio che ha fatto molto clamore nel paese del “mattino calmo”, un terzo dei giovani coreani sogna di sposarsi con Harisu. Già impegnata: lei vive “l’idillio ideale” con un quadro coreano, impiegato in un ufficio di Seul. “Sono felice con lui. Sogno di sposarmi, di essere madre, di adottare e crescere dei figli. Come tutte le donne”.
L’oggetto della vergogna, già soggetto di lapidazione, sarà diventata un oggetto di eccentricità sociale? Harisu, si sente a Seul, sarebbe un paravento pratico. Lei testimonierebbe l’evoluzione verso la tolleranza di una Corea aperta a tutte le correnti. Idea un po’ troppo avveniristica. Di fronte alle tradizioni cementate, agli arcani religiosi locali (cattolici o confuciani) ed alle migliaia di sette, gay e lesbiche coreani si nascondono. Vittime di un ostracismo medievale. Harisu, prima transessuale coreana ad aver rivendicato la sua identità lo sa. “A modo mio” dice “cerco di aprire questa società che naviga ancora nel mare più conservatore”.

Michel Temman
Traduzione di Piero Pirotto

Tratto da “Liberation” del 01/01/03

 

   
 
© InformaGay o dei rispettivi proprietari - per informazioni o segnalazioni: contatti