
 |
Un ricordo
commosso di una voce indimenticabile.
Mi sono ben guardata dal leggere necrologi pubblici
in morte di Gabriella Ferri. Dopo la prima, sconvolgente
notizia, ho cercato di evitare persino i titoli, già
grondanti sciacallesca morbosità, sulle opposte
tesi suicidio-disgrazia. Avrei desiderato stringerla
sul cuore, la “mia” Gabriella, come un tesoro
prezioso, o una bimba amata; avrei desiderato chiudere
gli occhi sul suo volto acceso, di quel sole brutale
e periferico anni Cinquanta, e sfogare il pianto commosso
e liberatorio che, ogni volta, mi suscitavano le sue
canzoni. Eppure un’intestazione è riuscita
ad attrarmi; non a caso, forse, risaltava su un piccolo
quotidiano meridionale: Gabriella Ferri, l’altra
“Mamma Roma”. L’”altra”,
non dopo, ma a fianco, di Anna Magnani, a siglare l’indissolubile
legame fra le due artiste e la loro città. E
l’appartenenza di Gabriella a Roma era contenuta
nell’indimenticabile Sempre, che si srotolava
sulla melodia come su un letto o su un triclinio. Con
la languida, struggente e sguaiata tenerezza di chi
ha subìto troppi parti, troppe violenze, troppe
sofferenze. In quel Sempre cadenzato, di disincantata
monotonia, si trovava l’eco dolente di un’innocenza
rubata, di un’umanità senza voce. L’elegia
dell’abbandono, ma anche la schiettezza della
passione, diretta, franca, brutale. Quella vivezza rustica
che, agli occhi di Pasolini, faceva sembrare le romane
così simili a uomini travestiti.
Gabriella stessa contribuiva a dissacrare il mito della
femminilità convenzionale: sia sfoggiando, poco
più che ragazza, il corpo flessuoso avvolto in
miniabiti, mentre si dimenava sulle note di un pezzo
beat; sia quando calcava le scene in bombetta e frac,
col volto biaccato e le mani sollevate a ventaglio,
strana Réjane di Trastevere. Luci e ombre della
città “magnifica e crudele” che Gabriella
rifletteva stupendamente sul suo corpo d’argilla.
Ma l’ambiguità non appartiene forse a tutti
noi, non è la vita stessa? E quelle “mantellate”
che si accartocciavano sui gradini delle chiese barocche
erano poi così dissimili da quelle che, oggi,
accalcano le mense francescane? “Mantellate”
con lavori forse più nobili; insegnanti o impiegate;
che non si chiamano più solo Fatima o Myriam,
ma Patrizia e Luciana; e che malgrado ciò, oggi
come ieri, campano ai margini di una società
cosiddetta “opulenta”, che non le considera
e non le prevede.
Per loro, per tutti noi cantava Gabriella. Per un mondo
sommerso, ma reale. Lei ci ha lasciati, ma noi ci siamo.
Noi vogliamo combattere l’indifferenza e l’egoismo.
E mica ci rassegnamo, a questo schifo.
Daniela
Tuscano
|