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Attraverso
i suoi film, la definizione di una presenza impalpabile
ma vera, che seppe giocare anche con l’ambiguità
sessuale
Ricordare Marlene è impresa ardua. Dire semplicemente
che fu una grande attrice non le rende giustizia. Definirla
mito, sogno di un’epoca, sembrerebbe quantomeno
imbarazzante, a lei che non aveva mai voluto seriamente
essere una diva.
È forse più giusto affermare che fu uno
stile, una presenza impalpabile ma vera, in fin dei
conti una parte di storia. C’è chi l’ha
paragonata a Greta Garbo, l’altra star del cinema
di ieri; ma in confronto alla svedese, lei sì
un mito nel senso classico del termine (“attrice-glamour”
la definì la stessa Dietrich nella sua autobiografia),
Marlene sembra aver conservato un più sorridente
disincanto, un’indole più misurata e profonda,
nonché una vita affettiva meno nevrotica, che
la preservò dal turbine psico-fisico che travolse
l’illustre collega. Dunque femme fatale, ma con
anima.
Bambina timida e insicura, diventò per von Sternberg,
il suo pigmalione di origine ebraica, Lola, la sfrontata
sgualdrina de L’angelo azzurro: film che la lanciò
e che, assieme a Capriccio spagnolo, Marocco (con Gary
Cooper), Turbine d’amore (con Jean Gabin), La
taverna dei sette peccati e Desiderio la consacrò
sulla scena mondiale.
“Per me Hollywood è un posto i cui abitanti
lavorano duramente come altrove”, scrisse. E la
frase rende bene l’idea di un’attrice che
ad atmosfere superficiali e chiassose preferiva la compagnia
di Remarque e di Hemimgway. Ma quest’amante di
Shakespeare, come dei conterranei Kant e Goethe, frequentò
pure Chaplin, Lang, Bacharac, la Piaf, Sinatra…
impossibile citarli tutti.
L’America, il sogno di ogni artista, certo. Ma
anche, negli anni Trenta, simbolo di democrazia e libertà
per quanti vivevano sotto il giogo della dittatura.
“Mi vergogno d’esser tedesca”, dichiarò
Marlene commentando l’ascesa al potere d’un
Hitler che, pure, era rimasto irretito dal suo fascino
ambiguo. Ma la Dietrich aveva fatto la sua scelta americana,
che fu anche impegno civile: indossò una vera
divisa, seguì i militari al fronte, cantando
loro le sue celebri canzoni. La Seconda guerra mondiale
la vide insomma schierata in prima persona, e dalla
parte “giusta”.
Non propriamente bella. Fascino ambiguo, s’è
detto. Ma Marlene era sessualmente “ambigua”?
Anche qui il confronto con la Garbo, il cui lesbismo
pare accertato, s’impone. I nostri nonni ricorderanno
senz’altro il suo celebre frac. E alcuni dei suoi
film dove comparivano, per la prima volta, scene omosessuali.
Ma quanto c’era di vero e quanto di trasgressivo
in questa donna che, in fondo, confessava d’aver
nutrito un intenso affetto soltanto per Edith Piaf?
E poteva definirsi vero amore, o non piuttosto sorellanza
questo legame tra personaggi eccezionali? Marlene era
molto artista. E le piaceva giocare, a volte, col pericolo,
col proibito.
Marlene Dietrich è morta quattordici anni fa
a Parigi, dove aveva vissuto a lungo in assoluta riservatezza;
ci ha fatto piacere che in una trasmissione televisiva
il suo nome sia stato citato fra coloro che hanno fatto
grande l’Europa. Indimenticabile Angelo azzurro.
Daniela
Tuscano
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